Sono solo due i minuti che ci separano dalla mezzanotte. Questo è quello che segna il Doomsday Clock, l’orologio creato dal Bulletin of the Atomic Scientists nel 1947, che, a seconda degli andamenti socio-politici, segna il rischio dell’estinzione dell’umanità. La mezzanotte sta proprio ad indicare l’estinzione dell’umanità – aggiungo – per mano dell’uomo stesso. L’ultima volta che il Doomsday Clock segnava due minuti alla mezzanotte è stato nel 1953, in piena Guerra Fredda. Ora le cause sono gli armamenti nucleari, il cambiamento climatico, ultimo in ordine temporale, l’annuncio del ritiro USA dal trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces), subito seguito da un analogo annuncio da parte della Russia; questo amplifica enormemente i pericoli che corrono in particolare l’Italia e l’Europa, riportandoci ai momenti peggiori della Guerra Fredda.

Come Europei, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale siamo abituati a considerare la guerra come un evento che riguarda zone del mondo geograficamente, culturalmente e politicamente da noi lontane e ci sentiamo coinvolti solo per le grandi migrazioni di persone che da quelle guerre fuggono; quella nucleare la consideriamo addirittura come una ipotesi fantascientifica, un semplice “deterrente” risalente alla Guerra Fredda e mai una minaccia reale; eppure i nostri territori sono fortemente militarizzati e ospitano sedi di comando e ordigni nucleari dalla potenza distruttiva incalcolabile. Nel mondo sono installate 20.000 bombe nucleari e nella stessa Italia, pur contraria per volontà popolare all’uso civile dell’energia nucleare, nelle zone militari di Ghedi e Aviano stazionano oltre 70 atomiche B61, che nel 2020 verranno rimodernate con le più pericolose B61-12, ordigni a potenza variabile da montare sui famigerati e costosissimi F35. Se si tiene conto anche del rilancio delle bombe nucleari tattiche per il trasporto su terra, c’è il rischio che venga sdoganato l’uso del nucleare su ogni livello di conflitto bellico.

L’Italia ha responsabilità gravi e la situazione della militarizzazione della Campania, in questo contesto, è a dir poco preoccupante. A Giugliano in Campania risiede il JFC, un comando militare NATO agli ordini del Pentagono, che ha lo scopo condurre operazioni militari in Medioriente, Africa e aree adiacenti, avvalendosi del supporto di intelligence di un Hub di direzione strategica, anch’esso su Napoli. A Capodichino è attiva una base militare US Navy che rappresenta il quartier generale della US Naval Forces Europe e della Sesta Flotta degli Stati Uniti, riservata al Mediterraneo, la cui nave ammiraglia staziona a Gaeta. Infine Napoli ospita una sede di AfriCom, comando militare delle Forze Armate USA per prevenire e sconfiggere, al di fuori del contesto NATO, le minacce agli interessi degli Stati Uniti nella quasi totalità del continente africano. Sebbene la Giunta del Comune di Napoli lo abbia dichiarato “denuclearizzato” dal 2015, nel Porto di Napoli – come in tanti altri porti civili italiani – continuano a transitare natanti con motori o armamenti a tecnologia nucleare.

Il Comitato Pace, Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio – Campania ha organizzato per venerdì 8 febbraio, dalle ore 18:00 alle 20:30, presso la DOMUS ARS Centro d’Arte, Musica e Cultura, sita in via Santa Chiara, 10/C, Napoli, un incontro pubblico sul pericolo della guerra nucleare. L’iniziativa rientra in una più ampia mobilitazione per spingere il Governo Italiano ad aderire al Trattato ONU di messa al bando delle armi nucleari (del 2017), firmato già da 122 Paesi e che l’Italia si rifiuta di sottoscrivere: si proporrà ai partecipanti di firmare una richiesta rivolta alla Giunta e al Consiglio Comunale di Napoli affinché, attraverso una mozione, l’amministrazione cittadina possa chiedere al Governo italiano di ratificare il trattato.

Interverranno Manlio Dinucci e p. Alex Zanotelli, da anni protagonisti sulla scena internazionale delle battaglie contro la guerra e contro il pericolo nucleare; introducono e moderano Vittorio Moccia e Valentina Ripa.